
Quando “sì” non significa sempre sì
Vivendo tra Italia e Giappone abbiamo imparato che non tutte le risposte significano esattamente ciò che sembrano.
VIVERE TRA DUE CULTURE
Perché non dire semplicemente “no”?
In Giappone, dire “no” in modo diretto può essere considerato troppo duro, soprattutto in alcune situazioni. La comunicazione giapponese dà grande importanza all’armonia, al rispetto e alla sensibilità verso l’altra persona.
Per questo, spesso si preferisce evitare un rifiuto esplicito, usando espressioni più delicate o lasciando intendere la risposta.
DIETRO LE PAROLE
Tre espressioni che possono nascondere una risposta
Ecco alcune delle espressioni più comuni che, anche se non sono un “no” diretto, possono in realtà indicare un rifiuto o un’incertezza.
(chotto...) → Vediamo... / È un po’... Spesso usato per evitare un rifiuto diretto.
(kangaete okimasu) → Ci penso. Può significare che la risposta è no, soprattutto in contesti formali.
(mata kikai ga areba) → Magari un’altra volta. È una risposta gentile per dire che probabilmente non accadrà.
ITALIA E GIAPPONE
E dall’altra parte, anche i giapponesi incontrano l’Italia
Anche i giapponesi, quando vengono in Italia, possono trovarsi in difficoltà.
La nostra comunicazione è spesso più diretta, espressiva e informale. A volte può sembrare troppo intensa o caotica, soprattutto all’inizio.
Il problema non sono le parole. È tutto quello che c’è intorno.
— La comunicazione è cultura

VIAGGIARE IN GIAPPONE
Durante un viaggio, queste differenze possono diventare importanti
Ecco alcuni esempi pratici che possono capitare anche durante un viaggio:
Un “chotto...” potrebbe significare che un piatto non è disponibile, anche se non viene detto direttamente.
Il personale potrebbe non dire esplicitamente che non è possibile una certa richiesta, ma usare un’espressione vaga.
Un silenzio o un sorriso possono essere una risposta, anche senza parole.
A volte, anche se sembra tutto ok, la risposta potrebbe non essere un “sì” come lo intendiamo noi.


